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DARIO FO
24 marzo 1926
Dario Fo nasce a San Giano, un paesino
presso il Lago Maggiore in provincia di Varese. (Da “Il paese dei Mezaràt”,
2002) “Tutto dipende da dove sei nato, diceva un grande saggio. E, per quanto
mi riguarda, forse il saggio ci ha proprio azzeccato. Tanto per cominciare,
devo dire grazie a mia madre, che ha scelto di partorirmi a San Giano, quasi a
ridosso del Lago Maggiore. Strana metamorfosi di un nome: Giano bifronte,
antico dio romano, che si trasforma in un santo cristiano, per di più presunto
protettore dei fabulatore-comicos. In verità non fu mia madre a scegliere, ma
le Ferrovie dello stato, che decisero di spedire mio padre a prestare servizio
in quella stazione. Sì, mio padre era un capostazione, seppure avventizio. (…)
Io venni al mondo fra un omnibus e un “merci”, in quella fermata sussidiaria a
quattro passi dal Lago (ANTELACUS, è scritto su un reperto romano). Erano le
sette del mattino quando mi decisi a far capolino fra le gambe di mia madre. La
donna che fungeva da levatrice mi tirò fuori e mi sollevò come fossi un pollo
per i piedi. Poi velocissima, mi assestò una gran pacca sulle natiche… urlai
come un segnale d’allarme. In quell’istante transitava l’omnibus delle sei e
mezzo… che arrivava naturalmente in ritardo. Mia madre ha sempre girato che il
mio primo vagito aveva superato di gran lungo il fischio della locomotiva.”
Completano i suoi dati anagrafici il padre Felice, di fede socialista,
capostazione e attore in una compagnia amatoriale, la madre Pina Rota, donna di
grande fantasia e talento (negli anni '70 pubblicherà un libro biografico di
grande successo del mondo contadino dove era cresciuta: "Il paese delle rane"
edito da Einaudi), il fratello Fulvio e la sorella Bianca, oltre ad un nonno
materno agricoltore in Lomellina, presso il quale il piccolo Dario andrà a
trascorrere i primi periodi di vacanza e dal quale apprende, seduto sul grande
carro al suo fianco, i rudimenti del ritmo narrativo (vedi “Il Paese dei
Mesaràt”, Edizione Feltrinelli).
Il nonno girava per i borghi vendendo verdura prodotta in proprio con un grande
carro trainato da un cavallo e, per attirare i clienti, raccontava favole
grottesche nelle quali inseriva la cronaca dei fatti avvenuti nel paese e nelle
zone limitrofe. Questa attività di giornale satirico parlato gli era valso il
soprannome di "Bristìn" (seme di peperone).
L'infanzia di Fo si svolge fra i traslochi di paese in paese, al seguito dei
trasferimenti che la Direzione delle Ferrovie impone al padre.
Luoghi diversi, ma un medesimo ambiente culturale, dove il ragazzo cresce alla
scuola della narratività non ufficiale, ascoltando i maestri soffiatori di
vetro e pescatori del lago, che nelle osterie, nel porto e nelle piazze del
paese raccontavano favole paradossali e grottesche, della tradizione orale dei
"fabulatori", nelle quali già affiorava una pungente satira politica.
Nel 1940 va a Milano (pendolare da Luino) per studiare all'Accademia di Brera.
In seguito (dopo la guerra) si iscrive ad Architettura al Politecnico.
Durante la guerra, Dario, richiamato sotto le armi nella Repubblica di Salò,
riesce a fuggire e trascorre gli ultimi mesi prima della liberazione nascosto
in un sottotetto.
I genitori partecipano alla Resistenza, il padre, responsabile del CLN della
zona, organizzava il passaggio clandestino in Svizzera di ricercati ebrei e
prigionieri inglesi fuggiti; la madre curando i partigiani e i gappisti feriti.
Al proposito esiste una testimonianza del partigiano medaglia d’oro della
Resistenza, Leo Wachter, partigiano, ebreo perseguitato che ricorda come
durante la guerra più volte si sia rifugiato presso la famiglia Fo a Porto
Valtravaglia.
Una volta, ferito gravemente ad una gamba, venne medicato e assistito dalla
madre di Dario.
(Da “Il paese dei Mezaràt”, 2002)
“Quando penso a quel periodo fra il ’44 e il 45 mi sembra incredibile di aver
vissuto tante storie, tutte ammucchiate in così breve tempo. Situazioni
grottesche, tragiche, spesso vissute come dentro un incubo. Ancora oggi nel
sonno mi capita di ritrovarmi a ripetere a tormentone lo sconquasso dei
bombardamenti. Mi riappaiono le tradotte con i carri-merce dentro i quali mi
sono richiuso, le fughe, le diserzioni, la polizia che mi viene a ricercare al
paese… e ogni volta vivo l’angoscia di venir catturato e sbattuto in galera.
(…) I quaranta giorni di scuola trascorrono a una velocità incredibile.
Aspettiamo con ansia e trepidazione il giorno del lancio, ma all’improvviso il
capitano ci avverte che ql campo d’aviazione di Vengono non ci sono più aerei
disponibili (…) ci restano pochi gironi e poi verremo spediti chissà dove,
forse al fronte, forse costretti a partecipare al rastrellamento dalle parti di
Cirié, in Piemonte. La sera stessa con Marco decidiamo che è tempo di sloggiare
immediatamente. Approfittiamo della libera uscita, corriamo alla stazione
ferroviaria e montiamo sull’ultimo treno che raggiunge il lago e lo costeggia.
Mi sono fabbricato altri due permessi falsi. Arrivati a Laveno ci salutiamo… io
scendo a Porto. A casa trovo tutta la famiglia; espongo subito la mia
situazione: sono di nuovo disertore, ma stavolta rischio di più. Mio padre ha
un amico che abita a Caldé, un collega con il quale ha organizzato la fuga di
molti perseguitati; è già d’accordo con lui: il ferroviere mi ospiterà nel
sottotetto di una vecchia casa semi abbandonata di sua proprietà. E’ un mezzo
rudere infroppato quasi completamente dentro un bosco nell’entrovalle. Per
raggiungere il solaio c’è solo una scala a pioli; una volta lassù la dovrò
ritirare e nasconderla nel sottotetto. Nessuno, nemmeno mia madre, sa di quel
nascondiglio. (…) Trascorsi più di un mese là dentro, senza mai uscire. (…)
Credo fosse un martedì, c’era un sole davvero splendente, in tutta la valle le
piante a perdita d’occhio erano fiorite. Sento dei botti lontani, una dietro
l’altra cominciano a suonare le campane di tutti i campanili intorno. Il vento
è a mio vantaggio, mi arrivano gli sbattoni di campana fin da oltre il lago. Mi
infilo nel lucernario e salgo in piedi sul tetto, da cui scorgo la piazza di
Caldé: c’è una banda che spernacchia a perdifiato e ragazzi, donne e bambini
che corrono di qua e di là. Sento urla festose di gente che sale verso il
rudere, riconosco subito Alba con le sue amiche, il ferroviere e altri abitanti
della valle. “E’ finita!” ripetono a gran voce. “La guerra è finita” Dopo la
liberazione Dario riprende gli studi all'Accademia di Brera a Milano, sempre
facendo il pendolare dal Lago Maggiore, e frequenta contemporaneamente la
facoltà d'architettura del Politecnico che più tardi abbandonerà a pochi esami
dalla laurea.
Tra il '45 e il '51 si dedica alla scenografia e alla decorazione teatrale e
lavora come aiuto architetto nello studio Chiuti.
In quel periodo si esercita nella fabulazione. I suoi racconti paradossali
hanno successo presso gli studenti dell’Accademia di Brera. Egualmente le sue
esibizioni suscitano divertimento e applausi da parte di un pubblico inusuale,
cioè i compagni di viaggio che affollano i treni che dal Lago Maggiore scendono
fino a Milano e viceversa. Dopo un paio d’anni si trasferisce con la famiglia a
Milano. Per i giovani Fo è un periodo di furibonde letture, in cui Gramsci e
Marx si alternano con i romanzieri americani e con le prime traduzioni di
Brecht, Majakovskij, Lorca. In quel dopoguerra esplode una vera e propria
rivoluzione teatrale, soprattutto grazie alla nascita dei Teatri Stabili, il
più famoso dei quali è senz’altro il Piccolo di Milano, che sviluppano
fortemente l'idea di "scena nazional-popolare". Fo è coinvolto da
quell'effervescenza e si dimostra un insaziabile spettatore teatrale, costretto
il più delle volte, per motivi economici, ad assistere in piedi alle
rappresentazioni facendo parte della claque. Mamma Fo, per aiutare il marito a
far proseguire gli studi ai tre figli, si ingegna a fare la camiciaia. E’ una
donna molto aperta e ospitale. Nella sua casa spesso ci sono gli amici dei
figli, tra cui: Emilio Tadini, Alik Cavalieri, Bobo Piccoli, Vittorini,
Morlotti, Treccani, Crepax, alcuni di questi già famosi a quel tempo. Durante
gli studi d'Architettura, Dario lavora come decoratore e aiuto architetto, e
gli amici lo sollecitano spesso ad intrattenerli con le fabulazioni. Il
successo di quei racconti è tale per cui viene addirittura invitato ad esibirsi
durante feste e serate in locali popolari. Nell'estate del 1950 Dario si
presenta all’attore Franco Parenti con un testo scritto da lui, la storia di
Caino e Abele, una satira dove Caino, “poer nano” (povero cocco, affetuosa
espressione lombarda), è un tontolone tutt'altro che cattivo, solo che, “poer
nano”, ogni volta che cerca di imitare lo splendido Abele con i riccioli d'oro
e gli occhi azzurri, gli va malissimo: subisce disastri uno dietro l'altro
finché, impazzito, uccide lo splendido Abele.
Franco Parenti invita Fo a far parte della sua Compagnia di cui è impresario
Carlo Mezzadri, marito di Pia. Dario inizia così a recitare nella rivista
estiva diretta da Parenti, in questa occasione, si verifica il primo "incontro"
di Dario Fo con Franca Rame, grazie ad un suo ritratto fotografico esposto in
casa della madre di lei, a Varese, dove era capitato con Pia.
Ne rimane fortemente turbato!
E' già il tempo della corruzione edilizia, Fo, disgustato dall'ambiente, decide
di abbandonare Il Politecnico, gli studi di progettazione e i cantieri edilizi.
Vive una situazione di forte crisi, tanto che decide di abbandonare anche
l’università.
Si dedica totalmente al teatro, quasi come terapia alla delusione che lo ha
assalito. Parenti riforma compagnia con “Le tre sorelle Nava” (vedette
celeberrime del tempo), impresario ancora Carlo Mezzadri per uno spettacolo di
varietà estivo che propone a Fo la scrittura, lui accetta.
E fra tutti i giovani attori, chi si trova davanti? Proprio lei, la ragazza
della foto, che l’aveva turbato mesi prima:
Franca Rame.
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